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Giaggioli, giglio di Firenze e iris del Carso

Il giardino formale del Civico Orto Botanico raccoglie alcune collezioni di piante ornamentali che fioriscono in diversi periodi dell’anno. Tra queste non potevano mancare le iris.

Poche sono le piante che possono vantare una storia tanto intrecciata alle vicende dell’uomo. E l’uomo si è sbizzarrito a chiamarle con diversi nomi comuni e familiari: iris, iride, giglio di Santa Caterina, giglio di Firenze, giaggiolo, ghiaggiuolo, fior di San Marco, fior d’aliso; senza tenere conto dei molti nomi nei dialetti locali, ad esempio in Friuli e Carnia sono dette rose di San Antoni e a Parenzo d’Istria spade celesti. Pianta di origine asiatica, l’iris si è diffusa in tutto il bacino del Mediterraneo grazie agli arabi e oggi è comunemente apprezzata in ogni parte del mondo, dove il clima lo permette.

L’iride ha una storia molto antica, era infatti coltivata già dagli egizi e sembra che sia stato il faraone Thutmosis a portare le prime specie dalla Siria in Egitto. Greci e romani apprezzarono e usarono i rizomi in medicina e profumeria. Teofrasto di Ereso (372-287 a.C.), nel suo trattato sistematico di botanica De historia plantarum, descrisse questa pianta come un fiore che i greci chiamavano iris per i suoi petali multicolori associati a Iride, messaggera degli dei e personificazione dell’arcobaleno. Anche nel cristianesimo l’iris è il simbolo dell’annunciazione, associato alla Vergine quale conciliatrice fra Dio e l’uomo. Ma c’è anche una singolare curiosità relativa a questo fiore: sembra che in Grecia il rizoma della pianta venisse mescolato alla farina per preparare un piatto appetitoso. I greci usavano chiamare il giaggiolo anche xiphion e machaeronion, da cui l’ardita proposta etimologica che collega il giaggiolo ai famosi maccheroni italiani.

Plinio il Vecchio (23-79 d.C.) nella sua Naturalis historia ci racconta che le più pregiate essenze di iris, utilizzate per preziosi profumi, provenivano dalla Cilicia e dalla Panfilia. Carlo Magno ne favorì la coltivazione in Francia per lo stesso impiego. In Italia e specialmente in Toscana venne coltivata con grande successo. Il fiore fu intimamente connesso alla città di Firenze, anche se la storia del “giglio” di Firenze è dubbia. Secondo i Discorsi di Monsignor Vincenzo Borghini (1584), il giglio che figura nello stemma di Firenze avrebbe origine dall’Iris florentina. Ai tempi della Repubblica fiorentina questo fiore cresceva nella valle dell’Arno. Qui, per il colore bianco appena azzurrato simile a quello del ghiaccio, era chiamato “ghiaggiuolo” da cui forse deriva giaggiolo, termine comunemente usato in Toscana. Prima della cacciata dei ghibellini, sul gonfalone di Firenze un’iris bianca si stagliava in campo rosso. Dopo il 1267 i guelfi invertirono i colori e l’emblema della città divenne un’iris rossa in campo bianco. Dante rimarca il mutamento nel Canto XVI del Paradiso (152-154) con le parole dell’avo Cacciaguida: “… tanto che l’giglio non era […] per division fatto vermiglio” (per divisioni interne non era ancora diventato rosso). Ancora oggi il gonfalone di Firenze conserva l’antica immagine, la stessa che nel 1252 fu impressa nella moneta d’oro della città, il fiorino.

L’iris si è diffusa nel mondo e ovunque si è fatta notare: dai “gigli” scelti dai monarchi francesi quale simbolo del proprio Paese, al lontano Giappone dove l’iris è uno dei fiori nazionali. Van Gogh ha celebrato l’iris nei suoi dipinti e forse, come altri pittori prima di lui, dai fiori pestati e mescolati alla calce, avrà tratto il famoso “verde d’iride”.

La grande fortuna delle iris però non si deve soltanto alla bellezza del loro fiore. I rizomi diffondono un intenso aroma di violetta che persiste a lungo dopo l’essiccamento, erano perciò molto richiesti e impiegati nella produzione di profumi. Nella medicina popolare i rizomi venivano adoperati come espettoranti e per provocare l’arrossamento della cute, ma in piccole dosi e con cautela. Se ingerito, infatti, il rizoma di alcune specie ha anche un violento effetto purgativo. Alcune specie nord africane e asiatiche di iris hanno rizomi commestibili e adatti a un uso alimentare.

Il nome Iris fu accolto per la prima volta nella botanica ufficiale dal francese Joseph Pitton de Tournefort, quindi dallo svedese Carl Linnaeus o Linneo. Linneo introdusse la nomenclatura binomia usando un nome per il genere e un epiteto per la specie nella sua opera Species plantarum (1753), ancor oggi accettata ufficialmente come il fondamento della nomenclatura botanica.

Il genere Iris raccoglie più di 300 specie di piante della famiglia delle Iridaceae. La classificazione attuale è il risultato di complessi studi e di continui aggiornamenti della sistematica botanica, che sempre più si avvale anche della biologia molecolare.

Con un’estrema semplificazione, le iris si possono suddividere in due gruppi: a bulbo, e a rizoma (o radice fibrosa). A loro volta le iris rizomatose si raggruppano in iris barbate e iris senza barba, a seconda della presenza o meno della cosiddetta barba, uno “spazzolino” costituito da numerosi sottili peli lungo la linea mediana dei petali esterni, stretti e allungati, del fiore. Un’ulteriore ripartizione considera il vigore e l’altezza della pianta: in questo caso si parla di iris barbate nane, intermedie, standard o da bordura e alte. La maggioranza delle iris in coltivazione sono ibridi, in prevalenza le iris barbate. Alcune rifioriscono anche in autunno.

Molte di queste iris rizomatose barbate fanno parte della collezione del Civico Orto Botanico.

Tra queste: Iris ‘Allaglow’, iris barbata alta di colore arancio melone con barba arancio, in fioritura tra maggio e giugno; Iris ‘Golden Surprise’, iris barbata alta giallo salmone con barba arancio; Iris ‘Orinoco Flow’, iris barbata da bordura, selezionata da Bartlett nel 1989, di colore bianco candido con bordi blu carico, in fioritura già dal mese di aprile fino a giugno; Iris ‘Spinning Wheels’ iris barbata alta bianco lavanda chiaro con barba gialla; Iris ‘Sunny Cinnamon’ iris barbata da bordura, creata da Bennett Jones nel 1991, con un particolare colore ambra, cannella e bianco con barba arancio. Alcune hanno colori delle barbe molto particolari come ad esempio Iris ‘Celsius’, un’iris nana di soli 36 cm, ma con una vistosa barba blu.

Le iris bulbose nei diversi sottogeneri hanno organi ipogei di forma e dimensione dissimili. Anche in questo caso sono stati selezionati numerosi ibridi. Molto diffuse sono le iris olandesi (Iris hollandica o x hollandica), largamente usate come fiori recisi, adatte anche ai giardini in zone temperate, dove i bulbi possono rimanere indisturbati per molti anni.

Le iris offrono una straordinaria gamma di colori, profumi e forme. La loro stagione migliore inizia in primavera e dura fino a inizio estate. La fioritura del singolo bocciolo è di breve durata, ma scalare lungo lo stelo. Il fatto stesso che sia così effimera la rende ancor più desiderabile, in quanto testimone di una sinergia tra uomo e natura che esprime la poesia della vita. Anche il giardino più piccolo ha spazio per un gruppo di iris e anche un giardiniere inesperto, o pigro, è in grado di gestire le loro esigenze modeste e sarà ben ricompensato.

Tra le molte specie di iris presenti in Friuli Venezia Giulia ricordiamo l’iris del Carso, Iris cengialti subsp. illyrica, presente nella sezione delle piante spontanee del Civico Orto Botanico. L’etimologia della specie deriva dal Monte Cengio Alto, locus classicus della specie, tra la Vallagarina e la Vallarsa presso Rovereto. Detta anche giaggiolo illirico, questa specie, endemica dell’antica regione costiera dell’Adriatico orientale e dei versanti meridionali delle Alpi orientali, si trova esclusivamente in questo territorio. La distribuzione regionale si estende in maniera continua dal Carso triestino all’intero arco delle Prealpi Giulie e Carniche. In Carso la specie è localmente comune nella landa rupestre e nei campi di pietrisco, formando spesso estese colonie su suoli calcarei primitivi ricchi in scheletro ma anche in humus accumulato nelle fessure delle rocce. Il colore del fiore varia dal blu-violetto al celeste e lo si può ammirare nei mesi tra aprile e maggio.

Non spontaneo, ma molto comune nel nostro territorio, è pure il giaggiolo paonazzo, Iris germanica, una specie di origine ibrida da parenti ignoti e normalmente sterile. Spesso è coltivata per ornamento ma con tendenza a spontaneizzarsi con una certa facilità. In Carso è abbastanza diffusa su scarpate, presso gli abitati, nelle discariche, di solito su suoli calcarei piuttosto aridi. I rizomi odorano di violetta ed erano un tempo usati per la produzione di profumi.